Arte, consapevolezza e società nell’era dell’AI
articolo a cura di Miki Rosco
articolo a cura di Miki Rosco
Io vi insegno il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra,
Appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.
Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca
E se l’IA superasse in tutto le capacità umane? Se diventasse più intelligente di ogni uomo in ogni settore del sapere? Un’ipotesi che viene definita singolarità tecnologica, e cioè (cito da Gemini):
La singolarità tecnologica è un concetto affascinante e al tempo stesso inquietante che da anni cattura l’immaginario collettivo. In parole semplici, si tratta di un punto ipotetico nel futuro in cui il progresso tecnologico accelera in modo esponenziale, superando di gran lunga la capacità umana di comprenderlo e controllarlo.
Questo progresso riguarderebbe anche la produzione artistica: l’IA, secondo le tesi di chi prevede la singolarità, sarebbe in grado di produrre arte in tutti i suoi domini indipendentemente dalle produzioni umane e in modo assolutamente superiore a tutto quello che finora i poveri umani hanno saputo fare. Ma, peggio, qualcuno pensa anche – come in certi film di fantascienza – che l’IA possa diventare completamente autonoma dall’uomo come volontà, tanto da poterne non solo ignorare i desideri e le richieste, ma schiavizzare la nostra specie, o addirittura eliminarla – perché pericolosi per la conservazione dell’ambiente, ad esempio – dalla faccia della martoriata terra. Anche qui, apocalittici e integrati, come diceva Umberto Eco, chi immagina un futuro radioso e chi teme una crisi irreversibile.
In realtà, lo sviluppo tumultuoso dell’IA non sta portando verso quella autoconsapevolezza che sarebbe necessaria per sviluppare una volontà autonoma. L’IA fa sempre più cose, le fa sempre meglio, ma senza dare l’impressione di sapere che cosa fa. Io – da vecchio laureato in filosofia – mi compiaccio che la mia derelitta disciplina stia acquisendo una nuova centralità nel dibattito sull’IA, innanzitutto riflettendo su quello che è “intelligenza”, e di conseguenza cercando di rispondere alle domande inziali di ogni filosofia: che cos’è l’uomo, che cos’è la conoscenza, che cos’è la morale. E sono proprio i filosofi che si occupano di IA a indicarci che dei tanti progressi dell’IA, quello della maturazione di una autoconsapevolezza sia il più lontano. Il punto da chiarire è se l’IA possa maturare emozioni, e da queste arrivare alla volontà (e poi alla “volontà di potenza”). Solo le emozioni sono in grado infatti di portare a decisioni di tipo morale e alla consapevolezza sulle effettive conseguenze di una decisione. Ma all’IA mancano due condizioni fondamentali per arrivare all’emotività, una “vita” e un “corpo”. Senza il senso di vivere, e quindi la consapevolezza di dover morire, che emozioni si possono maturare? E senza un corpo, e quindi la paura e il piacere ad esso collegati, come si può avere una vita emotiva completa, o anche solo accennata? Ricordo che nel mitico film di Kubrik 2001 – Odissea nello Spazio, il supercomputer HAL9000 si ribella ai piloti dell’astronave e cerca di ucciderli, e quando un astronauta lo disattiva, ha proprio paura di morire. Ma una macchina, pur sofisticatissima, che si spegne, sta morendo? Specialmente in un universo in cui – ma questo Kubrik non poteva saperlo – quello che conta non è la macchina singola, ma la rete?
Una strada, assolutamente futuribile e senza sufficienti segnali in quella direzione, è quella indicata dallo scienziato e futurologo americano Kurzweil, che immagina una prossima fusione dell’intelligenza umana con l’IA, attraverso il potenziamento diretto della corteccia cerebrale, così da realizzare davvero quel superuomo di cui parlava Nietzsche. Allora sì avremo la possibilità – citando un altro capolavoro di fantascienza, Blade Runner – di incontrare persone che ci diranno: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”.
Se mai arriverà quel momento, allora davvero potremmo arrivare a un mondo immaginato da quell’altro grande filosofo, un tempo al centro di ogni attenzione e oggi trattato come un cane morto, quel Karl Marx che si immaginava il comunismo, in cui, non per la vittoria del proletariato, ma per quella dell’IA, si possa realizzare la fine del lavoro subordinato, in cui ognuno di noi potrà “la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”. Perché a tutto il resto penserà l’IA, e noi potremo godere anche dei magnifici film realizzati dai superuomini, film che ci faranno dimenticare Kubrik e Scott e tutti i registi semplicemente umani.
Intanto, se si vuole capire di quali strumenti oggi possiamo beneficiare per fare cinema, vi consiglio le masterclass del NexsoftLab. Potete iscrivervi entro il 3 novembre.
Consigli bibliografici di testi recentissimi:
Il primo, inevitabile, è il libro Ray Kurtweil, La singolarità è più vicina, Milano, Apogeo 2024.
C’è poi, appena uscito anche questo, il nuovo libro di Harari, il grande storico israeliano autore di best seller come Sapiens: Yuval Noah Harari, Nexus : Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, Milano, Bompiani 2024. Non è un libro per esperti di IA, ma è un formidabile racconto delle reti e di come l’informazione abbia influito nella storia.
Infine un libro uscito il 10 ottobre, il nuovo di Luciano Floridi, il più lucido filosofo che si confronta con i cambiamenti della tecnologia dell’informazione. Si chiama Filosofia dell’informazione, Milano, Raffaello Cortina Editore 2024.Non l’ho letto ancora, ma sono sicuro che sarà interessantissimo

Come sta cambiando il futuro del Cinema?